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WOMEN FROM THE 60'S TO THE 70'S

19 Maggio - 2 Luglio 2010 | Osart Gallery, Milano

Dopo il grande successo di Women Painters From Five Continents, Osart Gallery continua a guardare al femminile presentando una ricerca su alcune artiste protagoniste degli anni ‘60/’70 che hanno interpretato con originalità, innovazione e coraggio, sia linguistici che di contenuti creativi e concettuali, i desideri di rinnovamento espressi da un’epoca di grande trasformazione sociale e culturale. Il percorso, costruito esclusivamente attraverso opere storiche, prende le mosse dai momenti iniziali in cui, non più solo un’artista isolata qua e là, ma un certo numero di innovatrici, decise e dotate di grande talento, hanno incominciato ad evolvere in prima persona ed a pieno titolo, idee e movimenti nuovi, da sole, o talvolta al fianco - e qualche volta alla guida - delle situazioni creative, allora emergenti e oggi affermatissime. La mostra, a differenza della precedente che si concentrava sulla pittura, va ad analizzare un vasto spettro di forme d'arte, spaziando dalla fotografia, all'installazione, alla performance, alla scrittura, e a vari tipi di sperimentazione pittorica.

Fin dagli inizi degli anni ’60 Dadamaino (1935-2004) ci introduce con l’opera Volume a una delle sue prime soluzioni per abbattere la staticità psichica oltre che fisica dell’arte, trasformando lo spettatore in partecipante attivo. Grazie alle sue intuizioni – che la portano ad andare al di là della tela: “Dietro i grandi buchi vedevo un muro pieno di luci e ombre che vibravano e si muovevano”, scrive l’artista – essa si afferma come la ‘bandiera di un nuovo mondo’, come ebbe a scrivere Piero Manzoni.

Marina Apollonio (1940), da parte sua, mira ad ottenere delle opere molto coinvolgenti a partire dal piano percettivo. Ispirandosi alle ricerche scientifiche di Gibson, Purdy e Lawrance, crea delle condizioni stimolanti tali che, anche attraverso il movimento dell'opera stessa, lo spettatore tende ad affermare di essere in presenza non di una superficie, ma di una realtà che si sviluppa in profondità.

A cavallo degli anni fra il ’60 e il ’70, è Irma Blank (1934) ad introdurci ad una delle grandi tematiche del decennio: la forma scritta – lettere e numeri. In quell’epoca - in cui la televisione comincia a furoreggiare come fulcro comunicativo dei focolari domestici - le forme astratte della scrittura divengono una delle manifestazioni rivelatrici delle aspirazioni concettuali dell’arte, a scapito delle sue tradizioni di rappresentazione spiccia. Irma Blank, fin dalla seconda metà degli anni '60 con il ciclo Eigenschriften (1970) - per continuare poi negli anni '70 con il ciclo delle Trascrizioni (1974) - crea opere che concepiscono LO SCRIVERE come un’attività in cui l’individuo manifesta l’essenza del proprio esistere, a prescindere da ogni significato specifico. Blank riporta il gesto dello scrivere quasi ad un sentimento ancestrale nel quale il significato perde qualunque valenza oggettiva e diventa puro gesto, una vera e propria continuazione del corpo dell’artista.

Hanne Darboven (1941-2009) utilizza serie numeriche, che per lei costituiscono l’unico modo di scrivere senza descrivere. Attraverso il susseguirsi di numeri e date, e attraverso l'installazione delle opere, essa cerca di rendere comprensibile allo spettatore ciò che è invisibile, ovvero il fluire del tempo.

Nell’età dell’immagine, come sono stati anche chiamati gli Anni Settanta, Ketty La Rocca (1938-1976) concentra il suo interesse sul rapporto – e il confronto – fra i vari media che traducono ed assistono la realtà nel passaggio dall'esistenza soggettiva di un’immagine alle varie forme di comunicazione sociale intraprese dai media. In queste opere – che lei chiama Riduzioni (1974) – essa prende fotografie da lei stessa scattate in occasione di una sua mostra personale per indagarle, e quasi misurarle, sia con la loro trascrizione grafica che con la forma scritta. Attraverso i passaggi da fotografia a grafica e scrittura, Ketty La Rocca mostra come, man mano che i dettagli si diradano, il linguaggio diventa sempre più essenziale. I nuovi media come la fotografia percettivamente eccellono in analisi, ma la riduzione, nel cogliere l’essenziale nel disegno, è molto più semplice e definitiva. In questa nostra epoca ossessionata dalla esaltazione del pubblico come protagonista, possiamo apprezzare ancora di più un’altra intuizione precorritrice di La Rocca in queste opere. Esse difatti scelgono come soggetto da primo piano, sullo sfondo delle pareti della mostra, il pubblico che partecipa alla vernice. La Rocca lo segue nelle foto e nelle vignette grafiche e scritte, esaltandone alcuni personaggi. E così facendo trasforma il pubblico in protagonista.

La mostra si chiude con l'opera della violoncellista/performer Charlotte Moorman (1933-1991), resa celebre dalle performances-concerti da lei realizzati assieme al padre fondatore dell'arte video Nam June Paik. Vediamo un'opera fotografica rarissima firmata dalla Moorman (1975) che riprende l'artista coreano durante una performance. Di fianco ad essa vi è un video originale di Paik, il celebre Global Groove (1977), in cui egli registra una delle celeberrime performance musicali della Moorman, evidenziando così l’interazione e il passaggio di ruoli da Musa ispiratrice ad artista a pieno titolo, inaugurato da alcune protagoniste dell’arte degli anni ’60 & ’70.