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PRINCIPIA | Vincenzo Agnetti
Dal 17 settembre al 13 novembre 2026 presso Osart Gallery
Vernissage: 16 settembre 2026 ore 18:00

Allestita in occasione del centenario dalla nascita di Vincenzo Agnetti (1926-1981) e organizzata in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti, la mostra presso Osart Gallery si concentra sui primi anni di produzione dell’artista, quando vengono gettati i semi della ricerca sul linguaggio che avrebbe portato avanti fino alla fine della sua vita.

Con quella che considera la sua prima opera, Principia, del 1967, Agnetti inaugura la fase in cui si concentra sulla produzione artistica: dopo un periodo di attività critica, che lo vede impegnato nella rivista Azimuth, e tornato dall’Argentina e dagli anni di “arte no”, in cui si dedica alla scrittura, quell’anno rientra stabilmente in Italia. Principia ha il significato di un vero e proprio momento di rinnovamento e di un nuovo inizio: si tratta di una logica permutabile e di un dispositivo (il)logico da cui far partire idealmente il percorso espositivo in galleria. Una grande tavola in legno fornita di rotaia permette la sovrapposizione di una seconda asse: su entrambe le superfici sono stampigliate numerose parole e le loro combinazioni cambiano attraverso l’azione di chi muove il cursore. Agnetti spiega nel suo Rammentatore che l’intercambiabilità degli accostamenti dimostra che “una parola vale l’altra, ma tutte tendono all’ambiguità.” Nelle ultime pagine del suo primo romanzo, Obsoleto, che apre la serie Denarratori di Scheiwiller ed esce nel 1968 con una copertina di Enrico Castellani, la parola tende a scomparire e confondersi: Agnetti rende infatti illeggibili le ultime pagine del volume con un intervento manuale sulle composizioni in piombo.

Principia si basa sulla possibile interazione attraverso lo spostamento del cursore; il Protopermutabile, invece, è una sorta di prototipo di quel lavoro ed è seguito dai Permutabili, pannelli in legno a cui sono sovrapposti dei listelli del tutto privi di parole, a dimostrazione del fatto che tutto, alla fine, si equivale perdendo di senso. Un lavoro simile, costituito da numeri e parole, sarà poi riproposto in tutta la sua complessità parascientifica alla fine del volume delle Tesi, pubblicato inizialmente nel 1968 e poi, con Prearo, nel 1972. Quell’anno, una sorta di logica permutabile viene prodotta in un’edizione limitata abbinata al volume.

La relazione tra numeri e parole d’altro canto è al cuore della Macchina drogata (1968), una calcolatrice Divisumma 14 della Olivetti i cui numeri vengono sostituiti da lettere: produttore di opere autonome, macchina disfunzionale, opera e insieme autore dotato di una propria imprevedibilità. Nella prima occasione in cui Agnetti espone la Macchina drogata spettatori e spettatrici hanno la possibilità di stampare le proprie combinazioni di parole all’interno di una suggestiva scenografia. Ciò che viene così prodotto, anche se apparentemente privo di significato, viene definito “supporto d’intonazione,” con un chiaro rimando alle poetiche del comportamento che in questi anni invadono la pratica artistica italiana: il pubblico agisce direttamente, diventa performer e autore. Questa produzione uscita direttamente dalla Macchina drogata è testimoniata da Il deserto, in cui gli scontrini sono accostati all’immagine dell’artista insieme ad Apocalisse, un lavoro derivato dalle combinazioni di lettere proposte dal dispositivo, come anche Oltre il linguaggio e le Entropie. La Macchina drogata è anche il primo lavoro di Teatro statico, definizione ricorrente nel lavoro di Agnetti degli anni successivi volta proprio ad analizzare il valore del gesto, solo apparentemente insignificante, in relazione alla parola. Anche le quattro tele intitolate Continua, su cui sono stampati altrettanti testi critici, tutti recanti il titolo Copia dal vero numero primo e pubblicati da Agnetti sulla rivista “Domus”, puntano a rendere la scrittura critica un’operazione artistica in sé. L’azione di ritrarre, suggerita dal titolo, ora non riguarda altro che la parola stampata, in un cortocircuito per cui l’atto critico e quello artistico si rincorrono senza soluzione di continuità.

Testo di Sara Molho

Immagine: Vincenzo Agnetti, Principia, 1967 | Courtesy Osart Gallery | Ph. Bruno Bani

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