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In conversation with Richard Mudariki



Andrea Sirio Ortolani: Tu sei un punto di riferimento, come persona e come artista, per molti artisti in Zimbabwe e Sudafrica. Qual è il tuo punto di vista relativo alla crescente attenzione internazionale per l’arte contemporanea africana? Richard Mudariki: Il mio punto di vista è sempre stato catturato da tutto ciò che riesce a uscire dal continente. Ora credo che effettivamente la luce sia puntata sul continente africano, ci sono state, nel corso degli anni, moltissime opere veramente potenti ed eccitanti, che credo usciranno dal continente africano. Ora che c’è l’attenzione, che è una gran buona cosa, le luci della ribalta dovrebbero servire a esporre il resto del nostro lavoro e della nostra unicità come artisti, mettere in risalto la nostra storia... Credo che il continente africano sia molto vario, con background e culture diverse, la cui commistione è molto forte, molto interessante, con una serie di artisti dalle fonti diverse... credo che i nuovi talenti emergenti che stanno uscendo dal continente, quelli che se ne sono andati, insieme alle persone che lavorano e vivono qui, abbiano subìto un ritardo nell’attenzione...

S: Nel tuo lavoro fai spesso riferimenti a questioni politiche e sociali. Credi che l’arte possa influenzare le situazioni politiche e sociali oppure no? R: Ovviamente ci sono queste questioni, che vengono interpretate attraverso il lavoro. A proposito della politica in Zimbabwe, ovviamente c’è stata una depressione, poca libertà di espressione nel parlare di determinati temi, e la mia via d’uscita è sempre passata attraverso la pittura, visivamente. E tutto quello che succedeva intorno a me era politico, le questioni sociali ed economiche del mio paese lo erano. Ho risposto all’ambiente in cui vivevo con il mio lavoro, e con la critica politica in esso. Quindi si trattava delle situazioni in cui mi trovavo quando avevo appena iniziato, e il solo modo di rispondere a quello che succedeva nel paese era includerlo nel mio lavoro, sperando di incoraggiare la discussione relativa a queste cose. Le persone non potevano parlare apertamente di determinati temi in Zimbabwe, a causa della repressione governativa. Poi ho lasciato lo Zimbabwe per giungere in posti dove lavorare senza tutto quel “rumore”, e creare una comunità di artisti con cui collaborare, insomma volevo spostare la mia carriera in un’altra direzione. Quando sono arrivato in Sudafrica il paese aveva le sue questioni politiche, sociali ed economiche; ho realizzato che non si trattava più soltanto di questioni “di stato”, ma che la politica è nella società, nelle nostre vite, nella relazione tra un uomo e una donna, posso dire che la politica è nel mondo dell’arte, nel sistema scolastico, tutte le volte in cui due forze interagiscono e si scontrano in termini di opinioni, c’è una forma di finzione che causa questioni politiche; è per questo che come artista integro nel mio lavoro le situazioni in cui mi trovo. Quindi le prime questioni politiche di cui mi sono occupato erano quelle del mio paese, poi ho guardato ad altre forme di politica, nello sviluppo del mio lavoro.




S: Nelle due opere che abbiamo esposto in African Characters, Lost Lover e Art Fair Booth, fai molti riferimenti alla storia dell’arte, da Courbet a Leonardo, da Mondrian a Vermeer. Parlaci di questo continuo dialogo con il passato. R: Io non ho mai frequentato un’accademia, ho avuto come insegnante, un’artista molto importante in Zimbabwe, Helen Lieros, e un altro gruppo di artisti poco più grandi di me o della mia generazione. Sono stato introdotto alla storia dell’arte dai miei maestri e compagni di lavoro. Da allora ho scoperto questi maestri, e non ho mai avuto l’ignoranza di non riconoscere il lavoro di chi è venuto prima di me, tant’è che nelle opere che ho esposto nella mia prima mostra personale a Cape Town c’erano un sacco di influenze... reinterpretazioni. Invece di rileggere e basta, ho guardato a quelle opere e mi sono provato a mettere nella condizione di incorporarle nel mio lavoro, con un messaggio ovviamente diverso visto che si tratta di tempi diversi, e incorporare il mio messaggio nel lavoro.

Quindi le citazioni sono essenzialmente questo: io che cerco di creare un nuovo gruppo di opere, che riflettono sulla contemporaneità, ma sono ispirate dal passato, ed ecco come i grandi maestri sono stati inclusi nel mio lavoro.


S: in entrambe le tele di cui ti parlavo, c’è qualcuno nascosto, in Art Fair Booth l’uomo dietro allo sportello del bancomat, forse il gallerista, mentre in Lost Lover la persona che fa per aprire la porta, che potrebbe essere un cliente. Si tratta di un espediente per creare una narrazione? Ci sono altre motivazioni sottese dietro queste figure nascoste? Dai spesso allo spettatore questo genere di indizi... R: In realtà i personaggi sono misteriosi perché vorrei che le persone si chiedessero di chi si tratta, e cosa hanno fatto, è un modo di invitare le persone a farsi queste domande, e guardare l’opera più a lungo, quindi c’è sempre un elemento che fa sì che si chiedano cosa significhi quell’elemento, perché quel personaggio sta aprendo la porta, quell’altro si nasconde... in alcuni casi potrebbe essere lo stesso artista, sai, l’artista rimane sempre nelle retrovie, e quello che tutti vedono è l’opera. Quindi forse cerco di nascondermi nel quadro, forse sono io stesso a nascondermi dietro quel bancomat. Inoltre io lavoro in studio e nel caso di queste grandi opere lavoro a più riprese, e ogni volta che torno all’opera, incorporo nuovi elementi. Magari parto con un’idea, che può essere quella di parlare della politica nel mondo dell’arte, ho una certa idea di come sarà, ma alla fine entrano in gioco molti fattori, da ciò che sento alla radio o leggo, fino a una discussione che ho avuto; è difficile spiegare alcune opere, perciò dico sempre che l’opera deve parlare da sola. Io posso dire cosa mi ha influenzato, ma il quadro deve reggersi da solo, parlare da solo. E qualsiasi interpretazione, qualsiasi modo di parlare, è giusto per un certo pubblico, quindi ci sono varie interpretazioni che dipendono dal nostro passato... è molto interessante per me quando le persone mi raccontano quello che vedono, e magari si tratta di cose che non avevo mai pensato per quell’opera... è meraviglioso.


S: Tu se uno dei fondatori di Art Harare. Mi parli del progetto? R: Inizialmente si è trattato di un gruppo di artisti che ha sento il bisogno di un evento interamente dedicato alla scena contemporanea dello Zimbabwe, anche se in molti sono sparsi per il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti, al Regno Unito, al Sudafrica. Abbiamo avuto successo individualmente, grazie alle nostre capacità, ma non abbiamo mai fatto qualcosa per mostrarci, non solo al mondo, ma anche al nostro paese, che versa in situazioni anche molto gravi, quindi abbiamo cercato di contribuire con una certa positività, e credo che l’arte sappia fare da guida quando le cose si fanno complicate. Ecco perché credo ci sia tanto da tirare fuori dallo Zimbabwe, visto che gli artisti stanno oltrepassando le frontiere per sopravvivere o per poter lavorare come artisti. Questo può essere mostrato in un singolo evento che esponga gli artisti del paese, sia che vivano ancora lì sia che vogliano commentare la situazione dello Zimbabwe. Alla fine abbiamo deciso di uscire con Art Harare, che somiglia a una fiera d’arte, ma è molto di più, è un modo di riunire gli artisti. Quello che abbiamo fatto è una piattaforma in cui mostrare il mondo artistico, con una serie di conversazioni e discussioni sulla situazione nazionale, e sull’impulso che abbiamo ricevuto da diverse parti del mondo, o le esperienze diverse nate da ambienti diversi, magari per gli artisti più giovani. Ecco come è nata l’idea di Art Harare, e nessuno aveva mai avuto un’idea del genere prima in Zimbabwe, e credo che gli artisti abbiano deciso di agire per non aspettare che qualcuno lo faccia per loro, o che il paese esca dalla situazione complessa in cui si trova. Così abbiamo fatto da soli, facendo leva su questo movimento molto forte nel digitale, che è stato in parte veicolato dal Covid-19. C’è stato un enorme spostamento nel mondo dell’arte, di gente che è andata a “consumare” arte online, e quindi abbiamo pensato di usare una piattaforma, e mostrare il nostro lavoro di artisti e le conversazioni senza confini, dal momento che i partecipanti si trovano ovunque nel mondo, ma possono unirsi nello spazio virtuale credo sia di importanza cruciale per lo sviluppo della scena contemporanea dello Zimbabwe, dal momento che non ci sono molte infrastrutture, credo ci siano tre o quattro gallerie commerciali e la Galleria Nazionale, e questo non è sostenibile per la carriera degli artisti. Specialmente i giovani e gli emergenti, sono sempre andati via, che non è un male per lo sviluppo di una carriera, ma ho sempre cercato di perseguire anche quella possibilità di sviluppo locale, laddove le persone possono capire chi sei, da dove vieni, e puoi essere di ispirazione per i giovani artisti...

S: Chi sono gli artisti partecipanti? R: Si tratta di cinquanta artisti, tra cui Wallen Mapondera, Dan Halter, Kresiah Mukwazhi, Masimba Hwati, che vive in Michigan, negli Stati Uniti, Kudnazai Chiurai, che ha un ruolo nelle conversazioni, vista la sua esperienza, e molti altri... S: E chi sono i fondatori? R: Si tratta di me e di una mia collega, Aya, Koudounaris, che sta a Londra, ha studiato al Sotheby’s Art Institute, quindi ha un background relativo al business in arte, ha lavorato in fiere internazionali, quindi faremo leva sulla sua esperienza. E poi ci sono io, che come artista ho creato nel corso degli anni ottime relazioni con artisti locali e internazionali. Tutto ciò che stiamo facendo è mettere insieme tutte queste persone e creare un evento, provare a fare un programma, una piattaforma su cui avere un confronto su varie questioni.

S: Questo progetto potrebbe essere una piccola rivoluzione, per capire l’importanza del lavoro comune e della cooperazione nel mondo dell’arte. Magari questo evento può diventare qualcos’altro, un’associazione... R: Si certamente, nessuno può fare da solo. Sai, le persone erano emozionate all’idea che avremmo parlato di temi di cui di solito si parla in privato, e le persone, a proposito della politica di cui sopra, ora hanno una piattaforma in cui porre queste questioni, ed eventualmente pensare a come risolverle. Come artisti, siamo persone creative, e possiamo trovare soluzioni creative e nuove opportunità, la nostra creatività non dovrebbe limitarsi nello studio, ma potremmo veicolarla al di fuori. Art Harare può diventare un’associazione, o vedremo cosa succeder dopo questo movimento comune. Sai, ci sono stati molti artisti dello Zimbabwe che hanno avuto un successo notevole grazie al padiglione della Biennale di Venezia, ma niente che somigliasse a un riconoscimento di quel successo è avvenuto nel paese.

S: Il Covid-19 ha influito sulla tua pratica? R: Certamente, con il lockdown molte gallerie sono state fermate, chiuse, e le mostre rimandate. Per alcuni artisti, come per me, che potevano esporre in gallerie e musei, quando si è spento tutto, è stato un momento stressante, è stato così per qualsiasi artista che lavori e che pianifichi qualcosa. La cosa buona è che non c’è stata la solita pressione, le scadenze, gli eventi, e questo mi ha permesso di focalizzarmi sul lavoro senza la pressione dell’aspetto commerciale, potevo stare in studio e concentrarmi totalmente. Gli artisti si sono guardati dentro e si sono chiesti cosa avrebbero potuto fare, in quel momento di calma, anche rispondendo a ciò che stava succedendo. Stavo creando semplicemente per il presente.

S: è curioso che tu abbia cancellato tutti i tuoi profili social proprio in quel momento... R. Sì, era diventata una specie di bestia, mentre io volevo solo stare in studio senza avere tutte queste cose che succedevano intorno a me. Volevo focalizzarmi su di me, sul mio lavoro, la mia famiglia. I social hanno una loro importanza ma in quel momento volevo solo focalizzarmi su me stesso.